Costruire come atto
di responsabilità

Oltre l'impatto: la qualità delle scelte che plasmano l'abitare

Emanuele Goio

Antropologo e consulente bioedile

Dopo aver attraversato la relazione, la percezione e l’esperienza, il tema dell’abitare si sposta su un piano ulteriore, in cui ciò che è in gioco non è più soltanto il modo in cui viviamo gli spazi, ma il tipo di traccia che lasciamo costruendoli. Perché l’impatto zero, al di là delle semplificazioni del linguaggio, non esiste: ogni edificio richiede materia, energia, trasformazione del territorio e produce conseguenze che attraversano l’ambiente, l’economia, le relazioni sociali e la cultura. La domanda diventa allora un’altra: non come eliminare ogni impatto, ma quale impatto scegliere di generare e quale responsabilità assumerci nel farlo.

 

La dimensione invisibile dell’impatto

L’impatto di un edificio viene ancora oggi valutato soprattutto attraverso ciò che è visibile, mentre esiste una dimensione meno immediata che riguarda l’intero ciclo di vita dell’architettura: risorse estratte, energia incorporata, trasformazioni della materia, modalità di assemblaggio e possibilità di durata o riutilizzo nel tempo. In questo senso, la scelta dei materiali torna centrale non solo come questione tecnica, ma come espressione del modo in cui un edificio sta nel mondo: quanto consuma, quanto dura, quanto può essere trasformato senza diventare scarto.

 

Misurare l’impatto: utilità e limite degli strumenti

Per leggere questa complessità si utilizzano sempre più strumenti come il Life Cycle Assessment, utili perché introducono criteri condivisi e comparabili. Tuttavia, ciò che restituiscono è inevitabilmente solo una parte dell’impatto. Come ricordava Alfred Korzybski, “la mappa non è il territorio”: ogni strumento seleziona, semplifica ed esclude. Restano così ai margini aspetti più difficili da quantificare, ma non per questo meno importanti, come la relazione con il territorio, gli impatti sociali delle filiere o la capacità di attivare economie locali. Anche gli approcci più evoluti non possono sostituire la responsabilità di chi progetta. I dati orientano, ma non decidono: rimane sempre uno spazio culturale in cui la scelta si fonda anche su ciò che i numeri non riescono a restituire.

 

Materia, salubrità e reversibilità

È in questo spazio che la sostenibilità si traduce in scelta concreta. Dove possibile, privilegiare materiali rinnovabili, poco trasformati e lavorati con processi a bassa intensità energetica non è più soltanto una preferenza, ma una forma di coerenza minima. A questo si aggiunge un secondo livello, oggi sempre più centrale: la salubrità. I materiali non sono solo struttura, ma ambiente; sono ciò che respiriamo, tocchiamo e con cui il corpo entra quotidianamente in relazione. Quando l’utilizzo di materiali naturali non è possibile, emerge allora il tema della reversibilità: costruire in modo che ciò che realizziamo non diventi un problema una volta terminata la sua funzione. Qui la distinzione tra ciclo tecnico e ciclo biologico diventa concreta. Materiali smontabili, riutilizzabili o capaci di reintegrarsi nei cicli naturali modificano radicalmente la qualità della traccia lasciata dall’edificio. In questo quadro, il legno — soprattutto quando utilizzato nella sua forma strutturale e senza colle — introduce una logica diversa: una materia leggibile, non definitivamente trasformata, che mantiene una relazione con la propria origine e con il tempo.

 

Il costruire come fatto culturale e sociale

Esiste però un altro livello dell’impatto, meno evidente ma altrettanto decisivo: la dimensione culturale dell’abitare, che ha come atto il costruire. Per lungo tempo costruire è stato un atto condiviso, legato a relazioni, competenze e lavoro diretto all’interno di una comunità. La progressiva esternalizzazione dell’edilizia ha trasformato la casa in un prodotto da acquistare più che in un processo da vivere, indebolendo il legame tra chi abita e ciò che viene abitato. Come osserva l’antropologo Andrea Staid, quando il fare viene delegato, anche la relazione tende a diventare più distante. Oggi alcune pratiche stanno provando a riattivare questo legame attraverso processi più partecipati, modelli cooperativi e forme di social housing in cui le persone tornano almeno a condividere le scelte. In alcune esperienze contemporanee, anche nell’edilizia in legno massello, dimensione tecnica e sociale tornano a intrecciarsi. L’edificio diviene così il punto di incontro di relazioni in cui la provenienza delle risorse, le modalità di trasformazione, le competenze coinvolte e gli effetti nel tempo diventano parte integrante del progetto. Materia, progetto e comunità tornano così a riconoscersi come espressioni di un unico sistema di relazioni.

 

Verso la materia

A questo punto, la domanda iniziale cambia forma. Non si tratta più di chiedersi se sia possibile costruire senza lasciare traccia, ma di comprendere quale traccia siamo disposti a lasciare — e attraverso quali scelte. Perché è nella materia che l’intenzione si traduce in realtà, ed è sempre nella materia che la responsabilità prende forma.